
Stentavo ad ammettere a me stesso che quell’essere svanito che mi stava dinanzi era il compagno della mia prima giovinezza. Eppure il suo viso era sempre stato assai caratteristico. Una carnagione cadaverica; occhi grandi, liquidi, oltremodo luminosi; labbra alquanto sottili e pallidissime, ma delineate con insuperabile perfezione; un naso delicato, di profilo ebraico, ma con un’ampiezza di narici insolita in modelli analoghi; un mento finemente cesellato che rivelava nella sua eccessiva rotondita’ una mancanza di energia morale; capelli di una tenuita’ e di una sofficità addirittura vaporose; tutti questi tratti, insieme con un’espansione insolita delle regioni temporali, contribuivano a formare nel loro complesso una fisionomia non facilmente dimenticabile. Ed ecco che proprio nell’esagerazione del carattere prevalente di questi tratti, e dell’espressione che essi erano soliti rendere, consisteva l’enorme mutamento che mi faceva dubitare della identita’ di colui col quale stavo parlando. Ma soprattutto il pallore spettrale della pelle e la luminosita’ irreale dell’occhio mi colpi’ e persino mi impauri’ piu’ di ogni altra cosa. Anche i serici capelli erano stati lasciati crescere senza cura, e cosi’ scarmigliati e rabbuffati come se fossero intessuti di lievissimi fili di ragno, piu’ che ricadere intorno al viso vi fluttuavano intorno, tanto da non permettermi, sia pure con uno sforzo, di connettere quella loro impressione di arabesco a un’idea purchessia di umanita’ vera e propria.
Edgard Allan Poe, La caduta della casa degli Usher









