Del grottesco e dell’arabesco

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Stentavo ad ammettere a me stesso che quell’essere svanito che mi stava dinanzi era il compagno della mia prima giovinezza. Eppure il suo viso era sempre stato assai caratteristico. Una carnagione cadaverica; occhi grandi, liquidi, oltremodo luminosi; labbra alquanto sottili e pallidissime, ma delineate con insuperabile perfezione; un naso delicato, di profilo ebraico, ma con un’ampiezza di narici insolita in modelli analoghi; un mento finemente cesellato che rivelava nella sua eccessiva rotondita’ una mancanza di energia morale; capelli di una tenuita’ e di una sofficità addirittura vaporose; tutti questi tratti, insieme con un’espansione insolita delle regioni temporali, contribuivano a formare nel loro complesso una fisionomia non facilmente dimenticabile. Ed ecco che proprio nell’esagerazione del carattere prevalente di questi tratti, e dell’espressione che essi erano soliti rendere, consisteva l’enorme mutamento che mi faceva dubitare della identita’ di colui col quale stavo parlando. Ma soprattutto il pallore spettrale della pelle e la luminosita’ irreale dell’occhio mi colpi’ e persino mi impauri’ piu’ di ogni altra cosa. Anche i serici capelli erano stati lasciati crescere senza cura, e cosi’ scarmigliati e rabbuffati come se fossero intessuti di lievissimi fili di ragno, piu’ che ricadere intorno al viso vi fluttuavano intorno, tanto da non permettermi, sia pure con uno sforzo, di connettere quella loro impressione di arabesco a un’idea purchessia di umanita’ vera e propria.

Edgard Allan Poe, La caduta della casa degli Usher

Consistenze

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Eppure non riesco ad andare oltre questo primo passo e inevitabilmente mi blocco all’indignazione rumorosa di paperino. Forse dovrei provare a creare un macro insieme di ciò che non ritengo degno ma mi accorgo che poi,  in un secondo momento, l’azione dovrebbe differenziarsi. Negli ultimi mesi ho visto la situazione degenerare, ho visto il malessere muoversi indisturbato come gli sciacalli in tempo di guerra. Ho visto la legge ritirarsi in campagna mentre in paese si rapiva la sedotta. Ho visto il paese voltarsi e poi tornare sui suoi passi. Ho sentito il rumore di fondo del mondo e non mi ha smosso.

L’indignazione, in particolare nelle società-regime, è già azione quando da semplice brontolìo diventa voce. Riuscire a dire è già resistenza – e se ne trovano le prove nel popolare quando si tende a sminuire il ruolo della “vucca”, “bucca” a “ricchizza” di chi altro non ha per indignarsi: propaggini della tanto condannata omertà – anzi poter dire è la resistenza. Non c’è isola carcere, gulag, campo di prigionia, esilio che possa opporsi e non a caso il regime purga, uccide.

shutup

Eppure accade che mi viene a mancare la voce e penso e ripenso che forse nella pozza stantìa sia meglio diventare tempesta e sollevare le acque. Mi gira in testa quella frase, di non ricordo chi, che dice che ogni atto di civiltà è anche atto di barbarie e penso alla rivoluzione. Schiacciare l’oppressore con terrore da ghigliottina.

Puntualmente torno a toccare terra e mi ricordo che i fumetti sono carta e che l’unica cosa che posso realmente prendere è il messaggio che portano. Sono un po’ triste perché vorrei il supereroe al mio fianco ma è solo l’egoismo di volere il tutto subito.

La rivoluzione violenta ha la consistenza della panna spray ed inevitabilmente si smonta in breve tempo, la resistenza è come la panna montata a mano e richiede calma. Le ricette me le ricorda Erich, le uova me le sbatte Antonio e la cottura la controlla Edward.

 

Postilla di ringraziamento

Questo è  il primo post di questo “nuovo” spazio, volevo ringraziare Davide e Oblomov per l’aiuto tecnico e Ladynviolet perché mi sprona sempre ad agire.

 

L'importante è sorridere

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Parto da questo post illuminante della cara Azalais.

La mia amata genitrice insegna in una materna, in un’aula di circa 30 mq con 28 bambini. Quello che mi fa star male nei suoi racconti è la costante e greve forma di controllo pronta a far scattare le “oche” del campidoglio. Se il risultato di questo controllo non è la censura in fatto ci troviamo comunque dinnanzi alla paura di non potersi esprimere che è una censura preventiva subdolamente indotta da minacce di isolamento. Davanti a un problema, qualsiasi esso sia, sei solo, gli altri si limitano a fare i guardiani, a dispensare sorrisi. Quando poi in classe ti ritrovi i pidocchi, tu scuola – dirigenza, comune, provveditorato, asl, circolo del ricamo – non mandi un avviso ai genitori o fai disinfestare – anche nel weekend dio cristo! – la struttura; no, “tu” insabbi e sorridi e gli insegnanti devono stare zitte, sorridere e farsi shampi antiparassitati e farli ai mariti e farli ai figli. L’importante è accogliere bene il vescovo, il sindaco, il comando della forestare, i carabinieri a cavallo, i reduci della guerra – che sono anche i pronipoti  dei mille – e permettere, ma non si potrebbe, ai genitori di usufruire delle strutture per portare dolci e mascherine in qualsiasi occasione. Panem et circenses: formula antica che funziona ancora nelle proloco del terzo mondo – le nostre ovviamente – . E in tutto questo dov’è la voce della maestra? Ma soprattutto avete letto d’istruzione? I bambini?  La maestra dice sempre: “Chiudo la porta della classe, faccio il mio lavoro, non parlo con colleghe e dirigenti. Spero solo di non andare in pensione a settantanni”. La solitudine e l’isolamento sono la censura più grande, solo i “pidocchi” sembrano rallegrarsene.

pidoc

Mattatoi

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“E giramu cuamu i pacci”, sì giriamo come i pazzi perché non è umano quello che succede in un centro commerciale il primo giorno dei saldi, nelle vacanze di natale, in un territorio misero come il nostro.

Biglie lanciate in una scatola a cozzare, a rimbalzare a fermarsi bruscamente per poi essere rimesse in moto di colpo da una nuova spinta. Siamo biglie, in una scatola, su un trattore. Che mal di testa. E poi la fila per il parcheggio,i menù di cibo che non sa di niente, i mille volti che si appiattiscono, le luci, i suoni confusi che rimbalzano alle pareti di questo immenso mostro prefabbricato, la voce all’altoparlante e i numeri di targa, gli angoli delle macchinette che fagocitano monete e ne sputano una minima percentuale per far contenti i cinesi.

Le donne delle pulizie, più piccole dei sacchi di spazzatura che portano, che ti chiedono d’accendere, che stanno là per necessità, che hanno una busta paga falsata, crepano lentamente sotto i colpi di cibi che non sanno di niente, altoparlanti, rumore, folle, spazzatura, buste paga falsate. E noi che non abbiamo buste paga, che abbiamo buste paga falsate, che abbiamo solo paghe senza buste, che veniamo pagati per dare il culo, che perdiamo.

Torniamo stanchi illusi, nauseati, con occhi spenti, abbiamo barattato il nostro essere qualcosa in più di essere qualcosa con qualcosa. Marc Augé li chiama non luoghi, peccato, vestono bene come mattatoi.

Sulla soglia di casa

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E se non fossi nato in questo contesto culturale? Penso che forse non avrei avuto la “sensibilità” medesima per rimanere in stallo. Perché il discorso è lungo o non tanto dipende dal pubblico. Io lo conosco, il mio, tanto basta.

Capita, e non di rado, che mi fingo un bambino e non chiedo se non di sentire qualcuno parlare, non importa su cosa, ma in un modo deciso. E capita che per un attimo spengo il filtro e mi lascio trascinare e comincio a interagire con le domande che i bambini hanno più grande di loro, le domande che da grandi ti fanno marcire il capo.

Quelle domande anche stupide che riguardano la grandezza dei baffi del barbuto Iddio, dei miti della terra dove sei nato, ed esclamare infine “ma insomma se non lo vedo almeno ditemi dove lo posso trovare!”.

Queste storie sono così perdutamente umane che ti chiedi se alla fine non si sta bene così perché forse questo è il senso. Ma questa è una depressione o una gioia? In entrambi i casi fino alla morte la soluzione la troverai altrove, fuori da tutto Questo.

Vino vecchio

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Si è sempre detto, da quando ricordo, che chi beve solo muore solo.  La bevuta in compagnia è costante realtà in molte aree.  Il “bicchierino” di vino non è mai stato lasciato solo: l’uomo si alza, prendere un altro calice, lo posa sul tavolo, riempie. Tutto in modo non conscio, automatico, culturalmente istintivo. Sono immagini più vecchie di me e solo adesso capisco che chi beve solo muore solo non quantitativamente ma solo, dimenticato.

Foto di Baccante_brilla

Con i guanti mi trattano

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Sto cercando, in questi giorni, ma con poco successo, di ignorare tutto quello che gli organi di informazione vanno dicendo sulla nuova e temutissima influenza. Se non altro registro, senza troppa meraviglia, che l’informazione è sempre più lontana dal dire la verità, qualunque sia, ed è sempre più vicina all’informazione di ampia tiratura. La notizia viaggia sul filo della paura: romeni e albanesi che di colpo diventano i cattivi dell’umanità, boom di cani killer, violentatori folli in tutti gli angoli della strada, ipocondria dilagante ossessiva. Oggi su tutte le testate italiane il bollettino dei morti, i particolari clinici e anche dati che riguardano la vita delle persone scomparse. Identità, memoria, cosa diranno tra dieci anni dell’Italia del 2009? Non che mi stia particolarmente a cuore questa nazione ma ci vivo e per forza di cose subisco quel che passa il convento tant’è che me ne sono fatto una ragione e per grazia di quest’ultima mi incazzo. Mi sento guinzagliato da chi deve farmi credere qualcosa perché è così. Da un lato i governi dall’altro l’informazione che è sempre più legata con questo o quel potere. La colpa è di quel pazzo dei giorni nostri che ha scoperto che informare significa in realtà dare forma, plasmare. Sadici, masochisti, scoptofili, cropofiliaci: questo siamo. E oggi in biblioteca le chiavi del cassetto me le hanno passate con i guanti in lattice. Lo usassero per mettere fine all’umanità, il lattice.

Le stagioni

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[...]

Il mio sogno non sorge mai dal grembo
Delle stagioni, ma nell’intemporaneo
Che vive dove muoiono le ragioni
E Dio sa s’era tempo; o s’era inutile.

Eugenio Montale [Satura]

Broken Clock is a Comfort di {Just Call me S}

Birilli

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Capita di andare a fare certi controlli e capita che questi tipi di controlli ti trasformino in un imbecille rincoglionito tutto sommato simpatico.
Ora, farsi controllare il birillo è meno invadente che farsi controllare la pomme de terre ma a me hanno assegnato il birillo e tanto basta. Insomma te lo tieni, il dottore ispeziona, parlicchiate, esprimi dubbi, ti fai ordinare qualcosa anche se l’incamiciato non lo ritiene necessario.
E’ nel momento in cui ti viene consegnata la ricetta che tu, provi a fare la figura del gentile facendone una da imbecille in realtà, allunghi la mano per stringerla al dottore e questi la stringe per poi ritrarla alla velocità del suono. Me ne sono accorto subito e mi sono sentito un eroe.

Peccato che prima di uscire l’abbia strigliato a dovere, profumava di pesca.

“Io ce l’ho profumato…”.